L’APERTURA DEL GARIBALDI
Servillo, canto alla vita dal buio di un lager

Enrico Fiore
Si colloca in una terra di nessuno temporale lo spettacolo che - basato su un poemetto a due voci di Franco Marcoaldi, «Benjaminowo: padre e figlio» - ha riaperto, dopo un sapiente restauro, il Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. E non solo perché v'interagiscono, senza che alcuna di esse prevalga, tre epoche diverse: quella del padre che, ufficiale pilota, dopo l'8 settembre del '43 venne internato, appunto, nel campo di Benjaminowo, vicino a Varsavia; quella dello stesso padre che, nel '49, rievocò la sua terribile esperienza nella lettera scritta in un quaderno al figlio maggiore Carlo Alberto, allora di appena un anno; e, infine, quella di Marcoaldi, il figlio minore, che ritrova il quaderno e ne ricava versi, cercando, nella storia del padre, il senso della propria.
Insomma, qui non s'accampa il semplice gioco della memoria, ma un rapporto di tipo speculare: quello, per intenderci, che nel film di Bergman «Il posto delle fragole» instaura il dottor Isak Borg, il quale, nei flashbacks relativi ai propri ricordi, entra da vivo, com'è adesso, addirittura confrontandosi, da vecchio, col se stesso giovane. Giacché solo nella «coabitazione» di passato e presente possono rintracciarsi l'anima e lo statuto della vita e della Storia. In tal senso ho parlato di terra di nessuno temporale: ed è appunto su questo versante che, poi, si stabilisce la lancinante attualità del testo di Marcoaldi, il suo richiamarsi alla nostra lacerata e lacerante quotidianità.
Non a caso, del resto, l'orrore dei lager nazisti vien fuori non tanto dalla descrizione della prigionia in atto, quanto dal prima della prigionia, dal vago presagio d'essa che coglie il padre al momento di salire sul treno diretto a Benjaminowo: «Isso il mio sacco - dando le spalle / al cielo, al vento, al mare. / Al desiderio mai sopito di salpare». E qui, in questo passo, si dispiega peraltro, e in maniera esemplare, anche la qualità intrinsecamente poetica del tessuto verbale proposto, che contro il rischio della retorica - sempre incombente sull'ideologia e sui sentimenti - eleva in funzione straniante la barriera della rima (e, spesso, della rima interna).
Non meno esemplare, d'altronde, si rivela - rispetto a un simile quadro - la messinscena di Toni Servillo. Ha la forma e il ritmo di un severo, pudico e pure amorevole oratorio laico, che accoglie, per giunta, il volo d'acute e fondatissime idee di regia. Vedi il velatino che separa il padre, seduto dietro un tavolino a scrivere la sua lettera, e il figlio che, dandogli le spalle, legge al proscenio dal volumetto dei propri versi: certo, quel velatino è il simbolo della distanza, per l'appunto temporale, fra il padre e il figlio medesimi; ma si tratta, giusto, di una distanza trasparente, che, cioè, tende a tradursi in avvicinamento e, quindi, in identità.
Nella stessa direzione, per di più, vanno gl'interventi di Patrizia Porzio, il bravo soprano che esegue i nove lieder (mulinelli ventosi trapunti d'irte dissonanze) composti da Fabio Vacchi per il quintetto d'archi diretto Fabio Maestri: appare, la Porzio, in rettangoli luminosi che s'aprono l'uno dopo l'altro nel nero del fondale, quasi i fotogrammi, guardati controluce, di una pellicola srotolata non in senso verticale, come di solito accade, ma orizzontalmente. In maniera sincronica, appunto. E parole non spreco, adesso, sull'aerea e giustamente «fredda» bravura di Servillo nei panni del padre e sulla raccolta passione dello stesso Marcoaldi.
Mi sembra che si levi, da quella terra di nessuno, l'antica preghiera ebraica: «Avvicinaci il giorno che non sarà né giorno né notte, / o Altissimo, fa conoscere che Tuo è il giorno e Tua la notte, / fa splendere come luce il buio della notte». Lo spettacolo - prodotto da Teatri Uniti, San Carlo e Stabile di Napoli - si replica stasera al Mercadante.
 

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