PAGINA
IN COSTRUZIONE
NB: le schede qui di seguito riportate sono fornite direttamente dalle compagnie.
gli spettacoli:
16
– 17 e 18 NOVEMBRE (prosa)
Onorevole
Teatro Casertano / Teatri Uniti
Sconosciuti
e lontani: la farsaccia di e con Enrico Ianniello e Tony Laudadio
scene
alberto guarriello luci fabio
ianniello costumi ortensia
de francesco
direzione
di scena mirko manduri
collaborazione
peppe clemente
spettacolo
vincitore del premio massimo troisi 2000 per la migliore scrittura
comica
dalle
note di regia:
“Abbiamo
scritto questo testo nel 1996, quando, come esattamente racconta la storia dello
spettacolo, eravamo due giovani attori in cerca di una casa, di un teatro in cui
coltivare e far vivere quella necessità di recitare che abbiamo da sempre. Lo
riportiamo in scena oggi, dopo quattro anni di riprese e bei riconoscimenti, in
una contesto decisamente diverso: dirigiamo un progetto di sviluppo teatrale di
cui siamo molto fieri, in un prossimo futuro avremo modo di guidare un teatro
storico all’italiana e un piccolo teatro moderno. La nostra situazione
personale è quindi radicalmente cambiata. Ma - come dicevamo - noi siamo degli
attori, e rileggendo il testo alla luce di quello che ci accade intorno
continuiamo a sentirne l’attualità: le risposte della politica sono spesso
ancora quelle che abbiamo riportato fedelmente nello spettacolo, laddove non
sono addirittura peggiorate, e quindi “sconosciuti e lontani” ci fa ancora,
amaramente, molto ridere. Ecco allora perché abbiamo deciso di riportarlo in
scena.
24 NOVEMBRE (musica)
Aires
Tango in concerto
“Un misto tra
improvvisazione e tango” così definisce lo stile del gruppo il fondatore
Javier Girotto, sassofonista e compositore argentino che ispirandosi alle
proprie radici musicali e fondendole con le modalità espressive tipiche del
jazz propone la sua seducente e originale idea del tango. “Sono cresciuto con il tango – spiega Girotto – ho
imparato da mio nonno che aveva, in
Argentina, un'orchestra tipica di tango ed era un virtuoso di bandoneon. Poi
trasferitomi in America, ho
incontrato il jazz”. Il gruppo
nasce nel '94 da un'idea di Girotto, realizzando in sette anni di attività
cinque dischi (e il sesto uscirà a dicembre 2001), più di trecento esibizioni
dal vivo, collaborando con decine di artisti del calibro di Bob Mintzer, Randy
Brecker, Antonello Salis, Enrico Rava e Peppe Servillo. Facendo
esplicito riferimento alla musica del grande Astor Piazzolla, gli Aires Tango
arrivano ad un repertorio di musica originale in progressiva evoluzione, sia per
la natura improvvisativa che per il continuo ricambio del materiale musicale.
Nel '96 esce il primo lavoro discografico intitolato "Malvinas", dal
nome argentino delle isole Falklands. Alla fine del '97 esce il secondo CD
"Madres" (pubblicato dalla BMG - Victor), che riprende il discorso
stilistico cominciato nel primo e lo porta ad un'ulteriore evoluzione. Nel '98
gli Aires Tango partecipano a un grande numero di Festival musicali in tutta la
penisola, tra cui "Fano Jazz" dove dividono la serata con il gruppo di
Astor Piazzolla e Gary Burton. Nella primavera del'99, esce il loro terzo lavoro
discografico "Poemas", dedicato alla grande letteratura
latino-americana contemporanea. Nell'ottobre 2000, edito dalla colonna
Manifesto, è uscito "Cronologia del 900". Il loro ultimo disco,
intitolato “ORIGENES ” e che si
troverà in edicola con il quotidiano “IL MANIFESTO” a partire dal prossimo
dicembre, sarà al centro del repertorio proposto nella serata del 24 novembre
al Garibaldino di Santa Maria Capua Vetere. In scena Javier Girotto al sax
soprano, baritono, clarinetto, Alessandro Gwis al pianoforte, Marco Siniscalco
al basso, Michele Rabbia alle percussioni. La sezione musicale curata
nell’ambito del progetto multidisciplinare dagli Avion Travel, chi sarà inaugurata appunto dagli Aires Tango,
presenterà in seguito i concerti di Pino
Marino, Enrico Pieranunzi e,
infine, Nicola Arigliano.
Al Teatro
Garibaldino,via
Madonna delle Grazie n.27 – Santa Maria Capua Vetere (CE). Ore
21.00. Biglietti Lit. 18.000 (euro 9,29); ridotti Lit. 12.000 (euro 6,19).
3
DICEMBRE (prosa)
Cantieri
Teatrali Koreja & Sud Sound System
Acido
fenico / Ballata
per Mimmo Carunchio, camorrista
Testo
di Giancarlo De Cataldo
Con Ippolito Chiarello (Domenico Carunchio)
Coro,
musiche e canzoni dal vivo realiazzate in scena dai Sud Sound System
(Don
Rico, Gigi D., Nando Popu, Papa Gianni, Terron Fabio, Treble)
Scene
di Luca Ruzza
Luci di Lucio Diana
Progetto e regia di Salvatore Tramacere
con la collaborazione di Fabrizio Pugliese
Lo spettacolo, per la regia di
Salvatore Tramacere, descrive la vicenda di Domenico Carunchio, malavitoso
pugliese che racconta la sua vita, dall'infanzia da sottoproletario al sacro
giuramento da camorrista sino all'arresto. Una
“ballata in canto e controcanto” in cui la prima voce esprime un
sentimento misto di orgoglio tradito, di rivincita e di profonda critica verso
una società che fin dall’inizio impone i ruoli alle persone. Carunchio
(interpretato dall’attore Ippolito Chiariello), ormai in manette, impotente,
grida a gran voce il suo rifiuto di
sentirsi pentito, preferendo così la sconfitta e, schiacciato dal destino,
decide “di portarsi addosso per sempre quel suo odore di acido fenico”. La
sua storia è pari a quella di tanti altri uomini del Sud, per i quali sfuggire
alla povertà e al degrado molto spesso coincide con l’imbracciare una lupara.
Scritto dal magistrato Giancarlo De
Cataldo, al suo debutto come drammaturgo, il testo offre al pubblico il caso di
quest’uomo in uno sviluppo ricco di sfaccettature grottesche e talvolta
melodrammatiche. Il “controcanto” di Carunchio è affidato al reggae
mediterraneo dei Sud Sound System (Don Rico, Gigi D., Nando Popu, Papa Gianni,
Terron Fabio, Treble).
7 DICEMBRE (musica)
Pinomarino
è considerato una delle più interessanti proposte della “nuova scena
musicale italiana”. Nato a Roma (classe 1967), comincia il suo personale
viaggio nella musica circa dieci anni fa, negli anni ’90, facendosi notare al
FolkStudio, innanzitutto come solista e poi in trio con Stefano Rossi Crespi e
Danila Massimi. Con questi ultimi, con cui forma il gruppo PiSteDaPi, vince nel
’95 il Premio Città di Recanati. Da qui segue un lungo periodo in cui impegni
dal vivo, concerti, esibizioni da solista e incontri con tanti altri musicisti.
Tutti elementi che, metodicamente, aggiungono nuovi e preziosi tasselli nella
sua formazione e nella creazione di
uno stile personale “solido e riconoscibile” seppur non scevro da echi e
agnizioni derivati dalla migliore produzione musicale italiana e straniera.
Anni di militanza sui palchi, di apprendistato, (in cui
vince, tra l’altro, il Premio Italiano Giovani di Musica! di Repubblica) per creare uno stile inedito, quasi una piccola
rivoluzione nella musica d'autore italiana riuscendo nell’intento di unire le
frequenze della musica pop (Radiohead, Portishead) a quelle dei nostri più
stimati cantautori (come per esempio Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè).
Risultati che si palesano nel suo primo disco “Dispari”,
inciso tra giugno e agosto del 2000 negli studi Next di Mauro Pagani per la casa
discografica Nun Entertainment di Stefano Senardi. Il disco, “un'esordio
di spessore - scrive la rivista JAM - come non se ne vedevano da
anni" ,
vincerà, nello stesso anno, il Premio Ciampi come miglior album di debutto. Pinomarino
lo presenterà al pubblico del Garibaldino di Santa Maria Capua Vetere, assieme
a Pino Pecorelli al contrabbasso e Fabrizio Fratepietro alla batteria.
Estratti dalla rassegna stampa
"Una faccia smaliziata, un
nome che di per sè, per come è scritto, tutto attaccato già rivendica
attenzione e un disco d'esordio che non è il solito album 'tante promesse e
poche mantenute' dei così chiamati nuovi cantautori ....tanti anni di
apprendistato (compresi riconoscimenti come Ciampi, Recanati)... la sua è una
piccola rivoluzione che nella musica d'autore finora non era accaduta, o meglio
riuscita: unire le frequenze della musica pop (Radiohead, Portishead) a quelle
dei nostri più stimati cantautori (Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè)..."
- da www.delrock.it
"E' un esordio maturo,
questo di Pinomarino. Gli anni di militanza sui palchi, la calma con cui ha
cercato il primo contratto discografico e con cui ha inciso il suo primo lavoro,
si sentono in queste canzoni. Se proprio si dovessero trovare dei termini di
paragone verrebbe in mente il collega romano Daniele Silvestri, con cui
Pinomarino condivide l'ecletticità...Canzoni che sono nell'insieme degne
di colleghi ben più blasonati" - da www.rockol.it
"...Dispari è un gran
disco, forse non commerciale, ma certo maturo: undici canzoni ottimamente
realizzate, canzoni d'autore nate nude e rivestite col tempo e la cura
necessaria: il suono giusto al punto giusto, sulla strada migliore fra
tradizione e innovazione... è un'esordio di spessore, come non se ne vedevano
da anni" - da JAM
"... Pinomarino (una parola
sola) si fa notare per la freschezza della forma e l'intelligenza del contenuto.
Il vocabolario utilizzato in queste 11 canzoni è molto più ampio di quello
abitualmente in circolazione e, se un punto di riferimento è possibile
individuare, questo è senza dubbio Franco Battiato ... un CD che nasconde
qualcosa teatrale nella messa in atto delle canzoni. Qualcosa che di per sè è
molto classico ma anche molto innovativo: come se Pinomarino volesse guardare
ben oltre il normale orizzonte di un
esordiente" - da M&D
“…Pinomarino da Roma ha
la musica nel sangue. Lo si avverte fin dalle prime note di “Questione di
ore”, frutto di molti anni passati a suonare dal vivo….gli undici brani di
questo cd nascono dalla contaminazione delle tradizionali coordinate della
musica d’autore con le nuove sonorità UK”
- da TUTTO
“Pinomarino è un piccolo, prezioso segreto custodito da troppo tempo. … Dispari è un ambizioso viaggio attraverso i decenni del cantautorato più colto della penisola che parte da Ivano Fossati, passa per le favole epiche di Branduardi e arriva fino a De Andrè. In mezzo ci sono le esperienze migliori della nuova scuola romana… Non ci sono passi falsi in Dispari: ogni canzone è nobilitata da tocchi eleganti e da melodie talora memorabili” - da Musica!
15
e 16 DICEMBRE (prosa)
TEATRI
UNITI
in
collaborazione con O. T.C./Teatro Garibaldi
Le
avventure di PINOCCHIO
da
Carlo Collodi
con
Roberto De Francesco, Toni Servillo, Alessandra D’Elia, Enrico Ianniello, Tony
Laudadio, Francesco Paglino, Pierluigi Tortora, Marco D’Amore, Diego Manduri
adattamento
e regia di Andrea Renzi
Dopo Giannettino
(1875) e Minuzzolo (1877) Carlo
Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini) scrive il suo capolavoro: Le
avventure di Pinocchio. Apparvero per la prima volta sul Giornale dei
bambini nel 1881, con il titolo La storia di un burattino. La
prima stesura, che risolveva la narrazione in quindici capitoli, fu
ripresa dopo pochi mesi da Collodi e conclusa nel 1883 con l’attuale e
notissimo titolo definitivo. Pinocchio,
testo più tradotto al mondo dopo la Bibbia ed il Corano, è
un libro talmente ricco da prestarsi, nel tempo, alle più varie
interpretazioni (psicoanalitiche, religiose,
linguistiche e strutturaliste, finanche massoniche), e rivisitazioni (come
quelle realizzate da scrittori come Manganelli, Malerba e Compagnone). La
riduzione teatrale, realizzata da Andrea Renzi per Teatri Uniti, è
fedele allo spirito del racconto di Collodi, al suo essere, cioè, “una favola
autenticamente italiana” sia nel linguaggio sia nei contenuti, che
rappresentano i caratteri di un paese e le radici legate all’infanzia di
ognuno di noi. “La fiaba di Pinocchio – spiega Andrea Renzi - è un
raccontino quasi in vernacolo, con ammicchi, capitomboli da circo e
inseguimenti. Ricorda il teatro, che con gli attori e poco altro fa da
specchio alla natura. Nel rapporto con l’opera mi sono trovato come
dinanzi una fenditura, un varco verso il possibile,
e con questo spirito ho inteso affrontare il lavoro di costruzione dello
spettacolo”. Per questo allestimento, infatti, non si è privilegiata una
lettura particolare: esso nasce piuttosto dalla documentazione sui precedenti,
come lo sceneggiato di Comencini o il cartoon della Disney, dalla ricerca di un
particolare nelle illustrazioni, nelle varie edizioni del libro, di Chiostri,
Tofano e Mazzanti ad esempio, dalle visite alla Fondazione Collodi, e altro
ancora. Ogni spunto è divenuto indispensabile per il lavoro degli attori, per
la drammaturgia e per tutti gli artisti che collaborano alla scena e al suono.
“I costumi e l’interpretazione – aggiunge Renzi -
sono strutturati in maniera tale da far sentire il rapporto tra uomo e
animale, la vicinanza, l’origine comune, l’aspetto magico, oltre a quello
strettamente teatrale”. In scena, gli attori, tra cui Roberto De Francesco (Pinocchio), Toni Servillo (Geppetto),
Alessandra D’Elia (la Fata Turchina), Enrico Ianniello (Lucignolo-il
Gatto), Tony Laudadio (la Volpe), Francesco Paglino (il Grillo
parlante), ricoprono anche doppi o tripli ruoli. Le scene sono di Lino
Fiorito e Alberto Guarriello, i costumi di Ortensia de Francesco, le luci di
Lucio Sabatino, il suono di Daghi Rondanini.
25
26 GENNAIO (prosa)
Continua venerdì 25 gennaio
2002, alle ore 21.00, la seconda stagione del “Sempre aperto Teatro
Garibaldi” progetto multidisciplinare di teatro, musica e danza, ideato e
realizzato a Santa Maria Capua Vetere dall’Onorevole Teatro Casertano e dalla
Piccola Orchestra Avion Travel, in collaborazione con l’Amministrazione
comunale, l’ETI e la Regione Campania. Al Garibaldino,
(in via Madonna delle Grazie n.27), venerdì
25 e sabato 26 gennaio 2002, la compagnia Rossotiziano
presenta
Variazioni Majorana
testo
e regia di
Fabio
Cocifoglia, Antonio Marfella,
Peppino Mazzotta, Alfonso Postiglione, Francesco Saponaro
con
Antonio
Marfella, Peppino Mazzotta, Alfonso
Postiglione
spazio
scenico Cesare Berlingeri
costumi
Simona
Sementina
Al Garibaldino con la compagnia
Rossotiziano in scena la prima parte del progetto "IL TEATRO DELLA SCIENZA
- la parabola atomica”. Articolato in tre distinti spettacoli, ognuno frutto
di un autonomo percorso di ricerca, il lavoro propone, per sovrapposizione, un
quadro d’insieme caratterizzato da un’indagine, con conseguente restituzione
teatrale, sulla fisica atomica. Gli spettacoli che compongono questa parabola,
costruiti per legare in un affascinante percorso teatrale la storia di grandi
scienziati del Novecento, sono
“Variazioni Majorana”, “Gli apprendisti stregoni” e “L'America contro
Julius Robert Oppenheimer”. In “Variazioni Majorana”, il primo dei
tre prodotti sull’argomento (gli altri saranno in scena al Garibaldino il 5 e 6 e il 20 e 21 di marzo) si ripercorre la
vicenda del grande Ettore Majorana, fisico
catanese, misteriosamente scomparso fra il 25 e il 26 marzo 1938. Un’indagine
su questa scomparsa è il pretesto per restituire al pubblico frammenti della
sua vicenda umana e professionale. Con l'utilizzo di pochi oggetti la scena si
trasforma dapprima nella nave sulla quale due investigatori si imbarcano per
ricostruire la sparizione di Majorana, poi in un treno, e, infine, nell'aula
dove il giovane scienziato teneva le sue lezioni di Fisica teorica all'Università
di Napoli, pochi mesi prima di sparire dal mondo. Una lettera, da lui lasciata,
parla di “una decisione ormai inevitabile”, anche se la tesi del suicidio
non convinse mai del tutto. Le sue parole parvero addirittura elementi di un
copione perfetto che lo scienziato aveva scritto per simulare la sua scomparsa.
Il suo corpo non fu mai ritrovato. Si gettò in mare? Finì i suoi giorni in un
convento per sottrarsi all'asservimento del mondo scientifico al potere? Oppure
venuto a conoscenza del segreto di un'arma nucleare, fu forzatamente costretto a
sparire? Fabio Cocifoglia, Alfonso Postiglione, Peppino Mazzotta aprono il libro
delle possibilità sul filo dei ricordi, ricostruendo, accennando, alludendo, in
una dimensione tra ipotesi e storia. Al
Teatro Garibaldino,via Madonna delle Grazie n.27 – Santa Maria Capua Vetere
(CE). Ore 21.00. Biglietti euro 9,30 (Lit. 18.000); ridotti euro 6.20 (Lit.
12.000).
Sintesi della rassegna stampa
"E' uno spettacolo intelligente e raffinato che
racconta il mistero della scomparsa di un grande scienziato, Ettore Majorana(…)La
compagnia napoletana Rossotiziano, con una semplicità, una vivacità e
un'incisività espressiva che ricordano Peter Brook ,traccia le molteplici linee
che vanno a comporre la geometria di una scomparsa. Con l'utilizzo di pochi
oggetti il palcoscenico diventa la nave sulla quale due investigatori si
imbarcano per ricostruire la sparizione di Majorana, per poi trasformarsi in un
misterioso treno, e nell'aula dove il giovane scienziato catanese(…) scomparso
nel '38, tenne le sue lezioni di Fisica teorica all'Università di Napoli, pochi
mesi prima di sparire dal mondo lasciando una lettera nella quale parlava di una
'decisione ormai inevitabile' .La tesi del suicidio non convinse del tutto, le
sue parole parvero addirittura battute di una partitura perfetta che lo
scienziato aveva scritto per simulare la sua scomparsa. Il suo corpo non fu mai
ritrovato. Si gettò in mare dal piroscafo che da Palermo l'avrebbe portato a
Napoli? O finì i suoi giorni in un convento per sottrarsi all'asservimento del
mondo scientifico al potere? Oppure venuto a conoscenza del segreto di un'arma
nucleare, la sua sparizione più che volontaria fu forzata? Fabio Cocifoglia,
Alfonso Postiglione, Peppino Mazzotta con bravura, intensità e misura aprono il
libro delle possibilità sul filo dei ricordi, ricostruendo, accennando,
alludendo, in una dimensione tra ipotesi e storia." - Magda Poli - CORRIERE
DELLA SERA
"…spettacolo di straordinaria forza emotiva e concettuale nel quale, forse per la prima volta dopo I fisici di Durenmatt ed eliminando ogni pretesa didascalica, la scienza contemporanea teatralizza la sua complessità e la sua inquietudine(…)un lavoro che sorprende e affascina e che merita il successo del pubblico e della critica." Pietro Longo - la Repubblica
"Rossotiziano, giovane gruppo
teatrale napoletano, da qualche tempo è alle prese con la storia della scienza
del nostro secolo(…)Ecco dunque in Variazioni Majorana(testo e regia
collettive), tracciato per frammenti e con qualche guizzo comico, il ritratto
del giovane genio della fisica(…)Si parte dai due agenti- quello diligente e
quello cinicamente disincantato(Fabio Cocifoglia e Alfonso Postiglione)- che il
regime fascista ha inviato per indagare su una vicenda che allarma persino il
Duce: si imbarcano sullo stesso traghetto su cui era salito Majorana(in scena
Peppino Mazzotta)nel fatidico viaggio Napoli- Palermo, ricostruiscono la sua
biografia e la sua geniale ma inquieta personalità, rivivono la cronaca delle
sue ultime giornate, si interrogano sul significato del suo lavoro scientifico e
sui suoi possibili sviluppi(…)Ma quel traghetto è una specie di macchina del
tempo dove il presente si avvita sul passato e fa ripartire all'infinito il
gioco delle possibilità…." Oliviero Ponte Di Pino - il manifesto
"… uno spettacolo godibile, intelligente, che con pudore sfiora temi grandi e riconcilia con il giovane teatro di ricerca spesso così distante e così autocompiaciuto." Marzio Mazzara - GIORNALE DI SICILIA
4
FEBBRAIO
(prosa)
IL
BERRETTO A SONAGLI
('A birritta cu 'i ciancianeddi)
di
Luigi Pirandello
diretto da
Elena
Bucci, Stefano Randisi
Marco
Sgrosso, Enzo Vetrano
Ciampa
Enzo Vetrano
Beatrice
Elena Bucci
Assunta
Marika Pugliatti
Fifi
Antonio Alveario
Spanò
Marco Sgrosso
La Saracena
Marika Pugliatti
Fana
Stefano Randisi
ricerche drammaturgiche
Cristina
Valenti
scenografia Carluccio
Rossi
progetto luci
Giuliano
Viani
direttore tecnico e datore luci Loredana
Oddone
fónico Nico
Carrieri
assistente alla regia
Gaetano
Colella
organizzazione Emilio Vita
(dalla rassegna stampa)
Il Berretto a Sonagli
Prosegue, con questa edizione de Il Berretto a sonagli,
la felice esperienza nata due anni fa con Mondo di carta, lo spettacolo tratto
dalle Novelle per un anno di Pirandello per le compagnie Diabiogues e Le Belle
Bandiere. Lì, in Mondo di carta, le ragioni dei personaggi, che rivendicano il
loro diritto ad una vita autonoma, oltre la fissità della pagina; qui, nel
Berretto, il magma dei sentimenti che scardina le ataviche regole delle
convenzioni del quieto vivere, quelle che trasformano uomini e donne in
“pupi”, in un gioco ora duro, ora grottesco dove la verità può essere
scambiata per follia. E’ Ciampa, marito ingannato e consapevole, a farsi
portatore delle ferree logiche del gioco, rivelandosi ora clown patetico, ora
cinico ragionatore. Le sue lucide argomentazioni ne fanno un anti-eroe
contrapposto a Beatrice, moglie ingannata e ribelle, cui svela in uno scontro
sempre più duro, l’inutilità della ribellione in un mondo di fatui corrotti.
Quattro attori si fanno registi di se stessi in questa rilettura che sottrae
Pirandello al cliché delle convenzioni per svelarne quella vena magmatica e
iridescente che non si lascia “chiudere in cornice”. I “magnifici”
quattro sono Enzo Vetrano (Ciampa), Stefano Randisi (Fana), Elena Bucci
(Beatrice), Marco Sgrosso (delegato Spanò), che fanno rivivere qui la lezione
di Leo de Berardinis, di cui sono attori e collaboratori. Li affiancano, con altrettanta bravura Antonio Alveario (Fifì)
e Marika Pugliatti nel doppio ruolo della Saracena e della signora Assunta,
madre di Beatrice. Alla base del loro lavoro è la rilettura drammaturgica che
Cristina Valenti ha derivato dalle varie versioni del Berretto, traendo
soprattutto dalla prima edizione, in dialetto, che Pirandello scrisse per Angelo
Musco, una serie di scene scomparse nella seconda, trascritta in italiano due
anni dopo. Grazie a questa e alle altre indovinate scelte del gruppo, assistiamo
non solo ad una più netta delineazione del carattere di Beatrice, che qui
sembra più vicina alla Nora di Ibsen, ma anche ad un fervido e dinamico gioco
dei contrari: lingua/dialetto; follia/ragione; comico/grottesco; microcosmo
femminile/razionalismo maschile. Un gioco che scardina certezze e pone ad attori
e spettatori problemi affascinanti. Fino all’urlo di Beatrice, che diventa
l’urlo di tutti gli altri di fronte al crollo di un mondo e che sottende, per
tutti, pubblico compreso, la domanda ineludibile: chi è pazzo, qui? Parte
integrante dello spettacolo sono le luci di Giuliano Viani, di grande
suggestione simbolica come le scene di Carluccio Rossi che disegnano uno spazio
irreale, tra realtà e finzione.
'Belle bandiere' e 'Diablogues'
portano al Sanzio "Il berretto a sonagli"
Un Pirandello in bianco e nero/ "La pazzia è sempre
d'attualità" di Chiara Settingiano
E' un Pirandello più surreale e attualizzato del solito quello del Berretto a sonagli" diretto e interpretato dagli attori delle 'Belle bandiere' (Elena Bucci e Marco Sgrosso) con i 'Diablogues' (Enzo Vetrano e Stefano Randisi). In scena al teatro Sanzio di Urbino per due serate, il 30 novembre e il primo dicembre, lo spettacolo ripropone integralmente il testo pirandelliano, con l'aggiunta però di alcune scene tratte da una precedente versione scritta in dialetto siciliano. "Abbiamo fatto dei miscugli - spiega nel camerino Enzo Vetrano, smessi i panni del protagonista Ciampa - recuperando scene che in italiano sono poi scomparse. E abbiamo anche lavorato sulle didascalie originali di Pirandello, dalle quali si capisce a fondo il personaggio che l'autore voleva fosse Ciampa: non un filosofo ma un tipo 'pazzesco', dalla risata un po' pazza". Che in effetti risuona ancora, alla fine, nelle orecchie degli spettatori, affascinati dai riti scaramantici praticati dalla signora Beatrice Fiorica, dalla scena sobria dominata dal bianco e nero ("come la Sicilia") e dagli effetti sonori, in particolare il trillo del campanello, simbolo in un certo senso della corda della pazzia. Ma come si riesce a dare ad un'opera in fondo borghese quell'impronta di attualità che si è comunicata allo spettatore? "Il problema - dice Vetrano - è farlo diventare un discorso più generale sulla follia, sulla malattia, sulla gelosia, piuttosto che la storia di corna come a volte viene messa in scena. La condizione della follia, si sa, appartiene un po' a tutti". Cosa c'è nel futuro delle 'Belle bandiere' e dei 'Diablogues'? "Gireremo tutta l'Italia, fino ai primi di febbraio con "Il berretto a sonagli", ma poi stiamo progettando altri lavori da fare assieme, visto che sul palcoscenico ci integriamo così bene. Recitare qui al Sanzio è stato bellissimo: il teatro è raccolto, ma ha un'ottima acustica. E poi il pubblico è stato davvero caloroso..."
14
e15 FEBBRAIO (teatro/danza)
compagnia ALDES
presenta
Le avventure del signor Quixana
di e con Roberto Castello
spettacolo di teatro danza tratto dal “Don Chisciotte” di Cervantes
musiche di Daniele Sepe
Un
duetto veloce e divertente per scenografie virtuali e danzatore solista. Ne “Le
avventure del signor Quixana” , Roberto Castello utilizza danza, video,
animazioni 3D, recitazione e musica come elementi complementari per
rappresentare le visionarie e mirabolanti avventure dell'hidalgo di Cervantes.
“Si tratta - spiega Castello –
di una fase di un progetto che ricerca e affina i meccanismi di interazione fra
movimento, suono, e immagine, che, in questo caso narrando e contemporaneamente
rappresentando il viaggio di Don Chisciotte, tenta di sfruttare appieno le
complessità percettive attivate dai sistemi di scenografia virtuale”. Questo
di fatto offre al pubblico più livelli di lettura e di fruizione: da quello
semplicemente narrativo, a quello del gioco video/coreografico, a quello di una
lettura metaforica del romanzo come saggio sui meccanismi della volontà,
dell'immaginazione e del rapporto con il reale. Del testo originale conserva la
struttura complessiva, alcuni episodi e i continui slittamenti del piano
narrativo. “Non è infatti chiaro chi sia Quixana – continua Roberto
Castello - Un eccentrico antico
gentiluomo? Un tenero sognatore? Un emarginato incapace di misurarsi con
l'elasticità e l'adattabilità dell'etica moderna? Uno schizofrenico che
contemporaneamente si narra e si rappresenta? L'autore stesso? I ruoli
continuano a slittare ed a sovrapporsi gli uni agli altri”.
Nel testo Quixana, per potere legittimamente combattere contro il male del
mondo, si fa investire cavaliere da un barista e diventa in questo modo
cavaliere errante. Inizia così la sua innocua campagna purificatrice, creandosi
una realtà a sua misura e rimodellando il mondo circostante sulla forma delle
sue fantasie. Quixana è un sognatore iperattivo che colleziona disastri ma ha
una missione morale che persegue con tenacia e nella bizzarra follia che lo
acceca (non priva di logica), vive strabilianti avventure popolate di draghi,
giganti, donzelle, castelli, battaglie ed eroi medioevali.
In scena Roberto Castello si alterna fra il ruolo di un narratore e quello di
Quixana, sulle musiche di Daniele Sepe.
21
FEBBRAIO ( prosa)
la compagnia U.R.T.
presenta
di
Niccolò Machiavelli
con
Jurij Ferrini, Alberto Giusta, Davide Lorino, Rachele Ghersi, Wilma Sciutto, Antonio
Zavatteri, Roberto Serpi, Massimo Rigo
musiche
di Andrea Ceccon
regia
di Jurij Ferrini
Questo
allestimento de La Mandragola
di Niccolò Machiavelli, curato dal Progetto U.R.T. viene proposto nella lingua
originale del 500 e senza tagli: 1 ora e 25 minuti caratterizzati da un ritmo
incalzante e proprio per questo straordinariamente divertente e comprensibile.
In mezzo le canzoni originali create - su testi dello stesso Machiavelli -
appositamente
da Andrea Ceccon (Le Voci Atroci) ed eseguite in scena dagli artisti stessi. Uno
spettacolo che, come spiega la compagnia, è un vero, autentico, divertissement:
teatro puro, azione. Al di là di ogni messaggio o ideologia.
La
Mandragola infatti può essere letta
come una pochade e pur non essendo
visibilmente una allegoria può suggerire anche una lettura traslata più
propriamente politica, come spesso si è sostenuto. Ma al di là dei significati
più o meno apparenti questa storia può essere intesa semplicemente come una
rappresentazione delle umane bassezze, una graffiante satira teatrale che deride
gli uomini impegnati a perseguire fini più o meno ignobili. Non occorreva
allora e tantomeno oggi credere alla stupidità di Messer Nicia o alla
dissolutezza di Callimaco e di Ligurio, non occorreva chiedersi se gli uomini
fossero così. Occorreva probabilmente ridere di una storia congegnata ad arte
per divertire ed insegnare qualcosa che se proprio non si sapeva quantomeno si
intuiva. Ma l’elemento favolistico non era mai assente. In teatro il problema
della veridicità degli eventi e della credibilità dei personaggi è venuto
dopo, tra il 1800 e il 1900. I giovani teatranti
di quest’ultima generazione sono figli di questo problema ma non possono più
vivere nel ricordo di questa eredità. Questa storia è una irripetibile
occasione per dimenticare quel teatro in cui il dolore dell’umanità somiglia
ad una colica renale e dove gli attori raccontano passioni sovrumane come se gli
spettatori, poveri mortali, ottusi ed insensibili, non avessero mai languito per
amore o altre passioni …
Al
Teatro Garibaldino,via Madonna delle Grazie n.27 – Santa Maria Capua Vetere
(CE). Ore 21.00. Biglietti euro 9,30 (Lit. 18.000); ridotti euro 6.20 (Lit.
12.000).
5
e 6 MARZO (prosa)
Rosso
Tiziano
Trilogia
della scienza / Apprendisti stregoni di e con Antonio Marfella; regia: Antonio
Marfella e Giuliana Pisano
"Gli
apprendisti stregoni"
ovvero
“come un pugno di pacifisti diede il via alla costruzione della bomba
atomica"
di
e con Antonio Marfella
regia
di Antonio Marfella e Giuliana Pisano
collaborazione
artistica
Fabio Cocifoglia, Peppino Mazzotta, Alfonso Postiglione, Francesco
Saponaro
Al Garibaldino con la compagnia
Rossotiziano in scena la seconda parte del progetto "IL TEATRO DELLA
SCIENZA - la parabola atomica”. Articolato in tre distinti spettacoli, il
lavoro propone, un quadro d’insieme caratterizzato da un’indagine, con
conseguente restituzione teatrale, sulla fisica atomica. Dopo “Variazioni
Majorana”, in scena adesso “Gli apprendisti stregoni” (a cui farà
seguito, il 20 e 21 di marzo, completando la trilogia, “L'America contro
Julius Robert Oppenheimer”). "Gli apprendisti stregoni" narra
di come le più grandi menti del nostro secolo abbiano finito col divenire i
principali artefici di una delle pagine più tristi della storia dell'umanità:
il lancio della bomba atomica su Hiroshima. Quale misterioso demone ha sospinto
le azioni o agitato le menti dei Curie, di Fermi, di Heisenberg, di Oppenheimer…?
In un'ironica e appassionata oratoria tutto quello che nessuna scuola ci ha mai
insegnato. Un appassionato racconto, quasi due ore in crescendo di tensione e di
attenzione, una sorta di lezione spettacolo. A metà strada tra un diarista e un
professore cantastorie, l'attore Antonio Marfella con lucidità e ironia
ricostruisce i primi studi sulla radioattività, la scomposizione dell'atomo,
fino alla scoperta della bomba atomica, alla pagina nera di Hiroshima e al
tragico capitello della Pax americana. La sua lezione racconto, fitta di
sorprendenti aneddoti personali e documenti d'archivio riservati, sono un colpo
nello stomaco che non impedisce di ragionare su quanto di capitale, di terribile
è accaduto nel secolo che se ne va, e su quello che sta accadendo e che ancora
potrebbe accadere... La formula del racconto teatrale (in cui l'attore è solo
sul palcoscenico sotto i riflettori e si rivolge direttamente al pubblico) è,
per Rossotiziano, la più idonea per far conoscere con leggerezza e semplicità
una pagina di storia ricca di insegnamenti e di spunti di riflessione.
“Abbiamo scelto questo modo – spiega Marfella - per narrare la storia di
Einstein, Oppenheimer, Bohr, Rutherford, Heisenberg, Majorana, Fermi,
Jolot-Curie, Roosvelt, Churcill, Stalin, perché crediamo sia tanto affascinante
di per sé da poter essere raccontata da un attore sul palco a una platea di
ascoltatori e far scattare dei cortocircuiti emotivi”.
Sintesi della rassegna stampa
"Nella linea di oratoria teatrale neobrechtiana legata ai nodi spinosi, civili e politici, della nostra storia recente, dopo la cronaca del Vajont di Marco Paolini, i giorni del sequestro e dell'uccisione di AldoMoro rievocati(…)da Marco Baliani, ecco Gli apprendisti stregoni di e con Antonio Marfella prodotto dal gruppo napoletano Rossotiziano. Quasi due ore in crescendo di tensione e di attenzione, man mano che le tessere della vicenda si saldano l'una all'altra in maniera quasi romanzesca, mosse dal caso o da cause lontane, diverse. A metà strada tra un diarista allievo di Enrico Deaglio e un professore cantastorie, il giovane Marfella ricostruisce dall'A alla Z, dai primi studi sulla radioattività e la scomposizione dell'atomo fino alla scoperta della bomba atomica, la pagina nera di Hiroshima, tragico capitello della Pax americana. Le sue lezioni racconto, fitte di sorprendenti aneddoti personali e documenti d'archivio riservati, ad esempio l'agghiacciante rapporto degli scienziati ai militari sulla scelta ottimale del bersaglio, sono un colpo nello stomaco che non impedisce di ragionare su quanto di capitale, di terribile è accaduto nel secolo che se ne va. E su quello che sta accadendo e che ancora potrebbe accadere nel prossimo." Nico Garrone - la Repubblica, 28 aprile 1999
"Si riparla d'uranio, e del suo uso a fini bellici, nonché di sterminio di popolazioni indifese. Tanto più è da vedere questa conferenza - spettacolo, Gli apprendisti stregoni, autore e interprete Antonio Marfella(…)Il sottotitolo, di come un pugno di pacifisti diede il via alla costruzione della bomba atomica, dice già molto. Fornito di una nutrita, stringente documentazione(…)Marfella illustra i nefasti dell'èra nucleare: da Hiroshima a Chernobyl per intenderci; ma partendo dalle premesse, le grandi scoperte scientifiche, tra lo scorcio conclusivo dell'800 e l'inizio del nostro secolo donde sarebbero poi scaturite le più mostruose invenzioni che l'umanità abbia saputo produrre(…)Se ricordate il magnifico Racconto del Vajont di Marco Paolini(…)potete farvi un'idea de Gli apprendisti stregoni: dove, del resto l'apparato scenico è perfino più sobrio, avendo come unico elemento vistoso una serie di ritratti fotografici dei principali personaggi della vicenda(fisici, politici, militari), via via stesi come panni ad asciugare, alle spalle dell'attore. Del quale sono ammirevoli la chiarezza, la capacità di sintesi e il tono disincantato, spesso ironico, sotto cui serpeggia uno sdegno che investe il passato, ma che ha buone occasioni per riaccendersi, nel nostro sciagurato presente…" Aggeo Savioli - l'Unità, 26 aprile 1999
…Secondo i canoni ormai classici del teatro di narrazione, con una forte vena didattica temperata da una vena sarcastica, in poco più di due ore Antonio Marfella ricostruisce(…)la storia della bomba atomica, dalla fine dell'800(…)fino al fatidico agosto 1945 che distrusse Hiroshima e Nagasaki(…)Ma oltre alle gesta degli eroi dell'atomo -Oppenheimer, Fermi, Szilard, Bohr, Heisenberg ecc.- Marfella intesse un altro filo narrativo: ed è quello fondamentale del rapporto fra la scienza e l'immaginario, e l'evoluzione dell'una in rapporto all'altro: nel 1950, qualche decennio prima di Cernobyl, era tutto atomico, dalle lavanderie a Rita Hayworth. Di conseguenza Gli apprendisti stregoni è anche la storia di una morale(intesa come capacità di valutare le azioni di un essere umano). Qui, in questi sogni che si rivelano incubi, affonda le sue radici l'ironia del narratore(…)e prende forza questa parabola su uno degli eventi chiave della storia contemporanea. Infine, il fatto che i meccanismi decisionali che hanno portato gli americani a lanciare quelle armi micidiali su un Giappone ormai sconfitto abbiano diversi punti in comune con quelli che ci portano oggi a bombardare la Serbia, è un'ulteriore riprova dell'attualità di una riflessione sui recenti sviluppi della scienza e sullo stato del nostro immaginario. Oggi non abbiamo più gli snack bar e le barrette al cioccolato 'atomiche'. In compenso siamo circondati da 'lavatrici intelligenti', 'intelligenza artificiale', 'intelligenza collettiva' di Internet e naturalmente 'missili intelligenti'. Mentre aspettiamo il bug del 2000." Oliviero Ponte Di Pino - il manifesto, 20 aprile 1999.
" Vale la pena di andarlo a vedere questo monologo in due parti della durata di poco meno di due ore, senza nemmeno un attimo di noia(…)un appassionante racconto(…)una sorta di lezione spettacolo(…)sulla genesi della bomba atomica ma anche su un secolo, il nostro, e le grandi personalità scientifiche che lo hanno attraversato. La scena è semplice: una carta geografica, alcuni oggetti che segnano il passaggio del tempo(come l'avvento dell'aspirapolvere o l'innalzamento della Tour Eiffel)e una corda con mollette per stendere i panni dove man mano vengono appesi i ritratti fotografici dei protagonisti della storia più recente, Si parte dai coniugi Curie per arrivare alla relatività. Einstein, quindi, e poi Fermi, Bohr(inventore del modello planetario dell'atomo)di cui apprendiamo un passato come centrocampista nella nazionale danese di calcio. Di Oppenheimer, vero padre dell'atomica, il pubblico viene a conoscere ambizioni e viltà, insieme ad altri fatti curiosi(…)Tutto questo senza mai perdere di vista il filo conduttore, quello dell'avanzare della ricerca e delle sue possibili conseguenze: sullo sfondo il grande modello democratico degli Stati Uniti, promotore di un disastro di proporzioni mai sognate dall'uomo." Margherita D'Amico - CORRIERE DELLA SERA, 30 aprile 1999
10 marzo (teatro)
Progetto URT presenta "Aspettando Godot"
Per la stagione
teatrale 2001-2002, il PROGETTO U.R.T. presenta ASPETTANDO
GODOT di Samuel Beckett. Si tratta dello spettacolo allestito
nell'inverno del 1998, con la traduzione di Carlo Fruttero per la regia di Jurij
Ferrini (che interpreta anche il ruolo di Pozzo) ed interpretato da Alberto
Giusta (Estragone), Antonio Zavatteri (Vladimiro), Marco Zanutto (Lucky) e Wilma
Sciutto (il ragazzo), con la collaborazione scenografica di Enrico Francescon
per i pochi elementi di scena. Questo spettacolo mise in luce il gruppo nel
panorama teatrale italiano fin dalle prime recite e riproporlo quest'anno - dopo
il clamoroso successo di MANDRAGOLA
nella stagione precedente - significa sottolineare la continuità di un lavoro
particolare ed innovativo, un percorso che colloca questa compagnia in un
settore trasversale rispetto alla storica contrapposizione tra avanguardia e
tradizione, tra repertorio classico e ricerca. Se è vero che il PROGETTO U.R.T. - proprio con la messinscena
di ASPETTANDO
GODOT - si orienta decisamente verso la sperimentazione, è anche vero
che la ricerca degli attori viene confinata nel campo della recitazione e nella
fase delle prove, al solo scopo di narrare al meglio la storia e servire il
testo. E così gli spettacoli del PROGETTO U.R.T. risultano spettacoli di prosa
nel senso più semplice e classico sebbene caratterizzati da una sorprendente
modernità interpretativa. Un bellissimo articolo di Enrico Palandri - apparso
nella pagina della cultura dellUnità di mercoledì 22 dicembre 1999 - iniziava
in questo modo:" Forse le generazioni future leggeranno Samuel Beckett in
modo completamente diverso […] chissà cosa penseranno […] dei testi scritti
da un uomo che considerava ogni frase, scritta o detta, una offesa al silenzio
[…] La lettura registica di Jurij
Ferrini punta soprattutto a sottolineare la valenza meta-teatrale della
situazione; questa lettura emerge da un gioco di relazione tra gli attori,
spinto all'estremo, compresso in un'aria rarefatta di attenzione e silenzio. Un
po' come se Didi e Gogo fossero capitati in teatro quella sera per caso e
provassero a modo loro ad intrattenere il pubblico con i loro ragionamenti
strampalati e fallimentari, una situazione paradossale che spinge verso un
terreno comico particolarmente ricco. I mulinelli verbali dei protagonisti
diventano gli emblemi dell'inutilità di ogni slancio vitale in quel deserto
post-atomico in cui si trovano, quel posto riarso e polveroso metafora di un
paesaggio desolato e spettrale dopo un cataclisma. Ma quale apocalisse ha
distrutto ogni cosa? Una esplosione nucleare? Un asteroide precipitato sul
pianeta? O forse più semplicemente una lenta ed inesorabile catastrofe
culturale: non a caso ad un certo punto Pozzo - ormai cieco - chiederà:
"Ma non siamo per caso in un posto che si chiama
palcoscenico ?". E in effetti - continuando nella citazione di
Palandri - " […] pochi scrittori come Beckett illustrano, nonostante il
suo tenace silenzio, in modo tanto chiaro cosa sia stato il Novecento non solo
per la letteratura ed il teatro, ma per una civiltà che era già arrivata ad
una forma cronica di afasia, prima ancora che la televisione riempisse di rumore
il vuoto. […]". Al palcoscenico Beckett restituisce quindi il compito di
mostrare una metafora della vita e non la vita stessa, alla recitazione affida
il compito di scarnificare ogni gesto, di asciugare ogni naturalismo
approssimativo (a cui purtroppo ci ha abituato tanta fiction
televisiva) e per tagliar corto anche con lo sfarzoso realismo scenografico, fa
dire a Vladimiro: "E' difficile descrivere questo posto, non assomiglia a
niente, non c'è niente, c'è un albero"…ecco in quale modo Beckett ci
parla di teatro. I protagonisti di ASPETTANDO
GODOT non hanno più nulla da dire e nulla da fare e involontariamente
raccontano la loro misera attesa di un destino (migliore o peggiore ?) solo
perché si trovano in un teatro davanti ad un pubblico, sera dopo sera. Questo
può essere un immenso materiale meta-teatrale per gli attori, essi possono
entrare ed uscire dal gioco, lasciando sfumati i contorni di racconto ed
immedesimazione, attraverso la ricchezza di una lingua incredibilmente poetica
che restituisce un disagio esistenziale assoluto. In ASPETTANDO
GODOT il tempo si è fermato; in un unico istante vediamo il passato, il
presente ed il futuro di una umanità che non solo si è smarrita, ma che ha
anche rinunciato a cercare se stessa ..."aspettando" pazientemente una
svolta.
15 MARZO ( musica )
Enrico Pieranunzi
in “Solo piano”
Enrico Pieranunzi è da più di un quarto di secolo uno dei protagonisti della scena europea del jazz. "Un pianista la cui musica dà nuova vita al jazz contemporaneo" scrive di lui Ray Spencer, sulla prestigiosa rivista inglese “Jazz Journal”. Dall’epoca del suo debutto (circa trent’anni fa, col quartetto del trombonista Marcello Rosa) Pieranunzi è infatti andato progressivamente affermandosi come uno dei migliori solisti e compositori italiani di jazz. Della sua città natale (è nato a Roma nel 1949) ha assorbito attraverso il padre Alvaro – valente chitarrista e compositore – la ricca tradizione popolare che, insieme al bop, ad echi billevansiani ed a un cospicuo background colto, ha contribuito a fare della sua musica un universo sonoro di grande varietà espressiva. Presente in “piano solo” o in “trio” (raramente con formazioni più ampie) sui palcoscenici dei più importanti festival internazionali – da Madrid a Copenhagen, da Berlino a Montreal a Parigi – Pieranunzi ha sempre più incrementato, con gli anni, la sua attività di compositore, che nel 1991 è stata oggetto di un prestigioso riconoscimento quale l’inclusione di due suoi brani nel “New Real Book, vol. 2”, sorta di “bibbia” dei musicisti jazz di tutto il mondo. Ha collaborato, sia in concerto che in studio d’incisione, con musicisti di grande valore come Chet Baker, Marc Johnson, Paul Motian, Phil Woods, Joey Baron, Kenny Wheeler e Lee Konitz. Da queste collaborazioni sono uscite memorabili incisioni come: “DEEP DOWN”, con Marc Johnson e Joey Baron (1986 - Soul Note), “THE HEART OF THE BALLAD”con Chet Baker (1988 - Philology), “SOLITUDES”, con Lee Konitz, (1988 – Philology), “FIRST SONG”, con Charlie Haden e Billy Higgins (1990 - Soul Note), “SEAWARD” con Hein Van de Geyn e André Ceccarelli (1995 - Soul Note), “PIANO SOLO - CON INFINITE VOCI” (1998 – Egea), “INFANT EYES: LA MUSICA DI WAYNE SHORTER”, con Hein Van de Geyn e Hans van Oosterhout (1999 – Challenge). Nell’annuale referendum “Top Jazz” della rivista “Musica Jazz” è stato votato, nel 1989, miglior musicista italiano. Gli è stato inoltre assegnato in Francia il “Django D’Or” 1997 quale miglior musicista jazz europeo.
20
e 21 MARZO
(prosa)
Rossotiziano
L'America
contro Julius Robert Oppenheimer
drammaturgia e interpretazione Salvatore
D'Onofrio, Antonio Marfella, Peppino Mazzotta, Alfonso Postiglione
regia e spazio scenico Alfonso Postiglione
regista assistente Giuliana Pisano
collaborazione artistica Peppino
Mazzotta, Francesco Saponaro
costumi e attrezzi di scena
Simona Sementina
Julius Robert
Oppenheimer fu salutato nel 1945 come il "padre della bomba atomica",
Dopo l'esplosione sperimentale di Alamogordo, che attestava che la bomba era
riuscita, "camminava come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco"
e dopo l'ecatombe di Hiroshima non esitò, in pubblico, ad alzare le mani
intrecciate nel classico gesto di autocongratulazione di chi ha vinto un premio.
Era amatissimo. Il simbolo della vittoria americana. Ottenne riconoscimenti
d'ogni sorta e acquisì la carica di presidente del comitato consultivo per
l'energia atomica. Ma quando ottenne questa carica era già profondamente
mutato. Dilaniato da sensi di colpa e crisi di coscienza si sentiva direttamente
responsabile della terrificante spirale di morte innestata dal lancio della
bomba atomica. La sua angoscia era tale che lo spinse a mostrare il palmo delle
mani al presidente Truman dicendogli: "...Signor presidente, c'è sangue
sulle mie mani". Profondamente depresso, quando capì che il comitato che
presiedeva aveva il "solo compito di fornire armi atomiche" al governo
americano, rifiutò di aderire al progetto della "super bomba" - la
bomba all'idrogeno, molto più potente dell'atomica - e divenne ben presto
inviso agli ambienti scientifici, politici e militari che sostenevano tale
progetto. Quando gli Stati Uniti subirono lo shock dei progressi sovietici in
campo atomico Oppenheimer fu impietosamente accusato del ritardo americano. La
commissione per l'energia atomica decise di ritirargli la fiducia, ma quello che
doveva essere un comune procedimento amministrativo contro un pubblico
funzionario, si trasformò immediatamente, in pieno "maccartismo", in
un accanito processo contro quello che era ormai considerato un traditore della
patria. Basato su verbali d'inchiesta e materiali giornalistici L'AMERICA
contro JULIUS ROBERT OPPENHEIMER , fra azione e narrazione - è un excursus
teatrale di quel "processo".
Sintesi della rassegna stampa
"…L'America contro Julius Robert Oppenheimer, terzo
momento del progetto Il Teatro della Scienza(…)Rossotiziano(…)compagnia
di gran pregio nel panorama del teatro italiano(…) da un paio d'anni indaga
l'attualità dei classici o ritrova in personaggi del nostro tempo la forza
drammatica di antiche epopee. Così è ora per L'America contro Julius
Robert Oppenheimer, costruito sugli atti di un processo famoso che vide gli
Stati Uniti vibrare a lungo per fobie anticomuniste. Con Antonio Marfella, Fabio
Cocifiglia, Alfonso Postiglione e Salvatore D'Onofrio impegnati a dar corpo alla
logica insensata di avvocati e militari tesi alla distruzione di un mito
nazionale sospettato di connivenze con la Russia per non aver voluto lavorare
alla costruzione della terribile bomba H…"
Giulio Baffi - la Repubblica, 24 marzo 2000
"…Fra azione e narrazione i
Rossotiziano tessono l'incredibile parabola di un eroe nazionale ridotto, in
piena politica maccartista, a traditore della Patria. Uno
spettacolo affascinante ed agghiacciante(…)Una ricerca accurata in un periodo
storico dove la brama di potere ha calpestato ogni umana dignità, e del quale
ancora oggi esistono profonde ferite(…)L'allestimento scenico lascia il posto
alla narrazione, solo una gigantesca bandiera statunitense come fondale e
quattro sedie poste dinanzi ad essa, in variabili posizioni, sulle quali
rivivono tutte le figure storiche, complici(…)di un complicato intrigo
fantapolitico…"
Raimondo Adamo - CRONACHE di
NAPOLI, 24 marzo 2000
5 APRILE
(musica )
La mémoire et la mer - il
Manifesto - Harmonia Mundi
presentano
Têtes
de Bois in concerto
“Ferré, l’amore e la
rivolta”
E’ in uscita nelle edicole, librerie e negozi di dischi
dall’inizio di APRILE 2002 il nuovo album dei Têtes de Bois. Il cd, dal
titolo “Ferré, l’amore e la rivolta”, è un omaggio alla figura geniale
di questo musicista-poeta francese, Léo Ferré, scomodo, sensibile, anarchico.
I brani, la maggior parte cantati in italiano (con alcune traduzioni
appositamente elaborate per l’occasione) vengono proposti in modo originale, a
volte stravolti, passionalmente reinterpretati. Il disco vede alcune importanti collaborazioni di artisti che
i Têtes de Bois hanno incrociato in questi anni nei non-luoghi poetici della
quotidianità, tra gli altri: Daniele Silvestri (Premio della Critica
all’ultimo Festival di Sanremo) in un duetto agro-dolce con Andrea Satta,
leader della formazione che in un altro brano canta con Nada, una poesia
interpretata da Francesco Di Giacomo (voce indimenticabile del Banco del Mutuo
Soccorso), e la partecipazione al sax di Antonio Marangolo (arrangiatore di
alcuni tra i brani di maggior successo di Paolo Conte). Prodotto da La mémoire
et la mer (etichetta discografica della famiglia Ferré). Distribuito in
Italia da il Manifesto (edicole, negozi di dischi, nelle librerie in particolare
la catena Feltrinelli). Distribuito in Francia, Canada, Spagna, Germania,
Giappone da Harmonia Mundi, con la collaborazione di Panama (etichetta di
Daniele Silvestri ed Enzo Miceli).
I TETES DE BOIS presenteranno dal
vivo il disco venerdì 5 in anteprima nazionale al Garibaldino di Santa Maria
Capua Vetere e LUNEDÌ 8 APRILE in collaborazione con l’ ETI, al Teatro Valle
(Via del Teatro Valle 21a – 06/68803794).
Têtes de Bois (Bio)
I Têtes de Bois sono una band
molto speciale, un sestetto composto di voce, tromba, contrabbasso, piano e
fisarmonica, chitarra, set percussivo. Una storia fatta di strade e svincoli, di
luoghi impropri, di Berlino e di Parigi, di concerti sulle scale mobili nei
sotterranei dei metrò, di camioncino Fiat 615 NI del 1956, di fabbriche
abbandonate, d’interventi estemporanei sui tram, nelle stazioni ferroviarie,
ma anche di club, centri sociali, teatri e festival prestigiosi. Têtes de Bois
nasce nel 1992, esattamente il 15 febbraio con un concerto su un vecchio
camioncino del 1956, acquistato da un rigattiere e diventato palco ambulante, in
Piazza Campo de’ Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno. Suonavano e
cantavano le canzoni di Ferré e Brassens, le poesie musicali di Baudelaire. Da
allora i Têtes de Bois hanno sostenuto circa quattrocento esibizioni: da quelle
stradali ambulanti sul loro vecchio camion, ai club, dai festival come Arezzo
Wave ’95, al Festival di Recanati (‘94, ‘95, ‘96), al Premio Tenco
‘98, Ferrara Buskers ‘96, Festival Léo Ferré (‘97, ’99, 2001), World
Food Day Concert della Fao (‘97), Festival Nazionale dell’Unità. Hanno
frequentato trasmissioni televisive e radiofoniche estremamente popolari sulle
principali emittenti nazionali, ma tutto sempre con la loro musica, i loro
suoni. Un posto a parte meritano gli appuntamenti speciali dei Têtes de Bois: i
concerti muti allo zoo nella vasca delle otarie (‘99), con cuffie stereo per
gli spettatori, concerti sulle biciclette, concerti estemporanei sulle scale
mobili nelle stazioni metro di Roma (‘95), la settimana di eventi straordinari
di “Sotto il Cielo di Roma e Berlino” (‘96, ‘97), realizzata con i
Comuni di Roma e di Berlino nei tunnel delle metropolitane e nelle stazioni FS,
“Ferrovia dell’Allume” (2000) all’interno di Per Antiche Vie un progetto
nazionale curato nel Lazio dal Teatro di Roma. I
Têtes de Bois dirigono dal 1997 un Festival internazionale dedicato all’arte
su strada giunto alla sua sesta edizione (con ogni anno circa trecento artisti
provenienti da vari paesi europei con danza, musica, teatro, arti visive): “Stradarolo”.
Fanno parte di Tuscania Teatro, Residenza artistica
multidisciplinare, della quale curano la direzione artistica per quanto riguarda
la parte musicale. Attualmente hanno partecipato alla stesura del programma
Vittoria Musica al Teatro Vittoria (Roma). Inoltre sono tra i fondatori del
Comitato Apollo 11 per la realizzazione di un cinema/laboratorio multietnico
all’Esquilino. Sono inoltre autori di colonne sonore per film, ultima delle
quali realizzata per Fandango e trasmessa dal canale ARTE’ in tutta Europa
(primavera 2000). Partecipano dal
1998 al progetto europeo Polymachina che coinvolge artisti, strutture e centri
di produzione di vari paesi: Francia, Belgio, Olanda e Italia. Un progetto su
suoni e sonorità provenienti dalle macchine, dagli ingranaggi, dai percorsi
meccanici ed elettronici. Tra
rumori meccanici registrati, campionati, manipolati, e strumenti acustici,
tromba, contrabbasso, chitarra, piano, tra frasi ipnotiche e riflessi poetici è
nato lo spettacolo teatral-musicale dei Têtes de Bois: “Buongiorno Arturo”
che ha debuttato al Teatro Valle di Roma in una rassegna organizzata dall’ETI
(’99). Due
sono i dischi incisi dai Têtes de Bois: “Anche se non fosse amore” (1994),
quasi interamente di canzoni di autori francesi quali Ferré e Brassens;
“Pezzi di Ricambio” (1997), costituito da brani originali in italiano uscito
con la EMI. Dopo il successo ottenuto a Parigi all’Istituto Italiano di
Cultura il 21 giugno 2001 invitati ufficialmente per la Festa Europea della
Musica, i Têtes de Bois sono in uscita con un progetto musicale speciale su Léo
Ferré. Il cd dal titolo “Ferré, l’amore e la rivolta” uscirà
all’inizio di aprile 2002 prodotto da La mémoire et la mer, distribuito dal
Manifesto nelle edicole, nei negozi di dischi e nelle librerie in Italia e da
Harmonia Mundi in Francia ed in altri paesi. Inoltre
è in fase di lavorazione il loro secondo album di brani originali in italiano.
13
APRILE
(prosa)
Compagnia Lombardi Tiezzi
DANTE
- INFERNO
Sandro Lombardi e David
Riondino
raccontano la Divina
Commedia
regia di Federico Tiezzi
Periodicamente è necessario tornare a sfogliare il più gran libro della nostra letteratura, il suo capolavoro più sperimentale e meno accademico. E soffermarsi di volta in volta su un passaggio particolare, un canto precedentemente trascurato, un personaggio dimenticato o, all'opposto, ritrovare invece versi che ormai la memoria ha fatto suoi. Dopo anni di ripetuti appuntamenti scenici con il poema dantesco, Federico Tiezzi, insieme a Sandro Lombardi e David Riondino, torna alla prima delle tre cantiche, quella delle passioni più violente e brucianti, la cantica dello smarrimento e dell’incontro con Virgilio, la cantica di personaggi indimenticati come Francesca, Ciacco, Pier delle Vigne, Ulisse, Guido da Montefeltro, Ugolino... L’Inferno è una galleria di ritratti erosi, statue spezzate, identità schiantate: personaggi, perduti nei secoli, che hanno il potere di parlarci della loro esistenza. Con le loro parole, costituiscono l’ossatura dell’avventura umana e spirituale di Dante. La sfida è sempre la stessa: superare la distanza tra il poema sacro e la sua concreta praticabilità scenica. Qui, due attori isolati nella luce si fanno i narratori lirici e comici del viaggio più intenso della storia. Solitari e generosi, si affidano alla parola del poeta, per farne emergere l’intrinseca teatralità. Perché di Commedia si tratta: una tessitura drammatica che isola e scolpisce personaggi e sentimenti, conflitti e passioni, speranze e dolori. Nell’Inferno tutti sono ancora coinvolti nel ribollire della vita; la mancata speranza in una salvezza eterna spinge i dannati a riconoscersi come uomini solo per quello che è stata la loro parabola terrena. Da qui il realismo straordinario della poesia dantesca in questa cantica. Ma accanto al volgare dantesco, nello spettacolo affiorano anche le parole dell’oggi, con i versi di poeti a noi contemporanei: le riflessioni furenti della Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini, le parole visionarie dei Cantos di Ezra Pound e le terzine ironiche e divertite dello stesso Riondino. In coproduzione con Armunia - Teatri della Riviera. Prossime recite in programma: Latina, 14 aprile; Tirano (SO), 18 aprile; Jerago (Va), 19 aprile; Romanengo (Cr), 20 aprile
19 e 20 APRILE
(teatro/danza)
Compagnia
Virgilio Sieni
MESSAGGERO
MUTO-trittico
contrappunti di una meditazione silenziosa
di
Virgilio Sieni
"
Mi appare un'immagine scavata e tratteggiata dalla confusione dolorosa come nei
volti di Alberto Giacometti, in una dilatazione di linee dal didentro, alla
ricerca della forma dello spirito." (Virgilio Sieni)
Lo spettacolo si presenta sotto forma di trittico ed è
composto da tre brani Messaggero Muto,
Disgusting e Pinocchiulus Quintet, che nascono nell'ultimo periodo di ricerca
della compagnia, approfondendo aspetti legati a personaggi d'improbabile identità,
che si muovono in uno spazio surreale e in una condizione anormale e deviante. I tre brani affrontano uno stadio mentale in bilico tra
malattia e diversità – il mutismo, la tristezza e l’inquietudine – e ci
proiettano, attraverso la danza ed un lavoro sulla corporeità, in una visione
positiva, verso il senso di cura e di cerimonia.
“Il
lavoro – scrive in una nota l’autore - nasce con l'intento di indagare sul
mutismo del danzatore come forma di comunicazione, approfondendo la relazione
che intercorre tra lo spazio ed una condizione endemica ed estrema che pervade
il corpo danzante. Il mutismo incombe come mancanza di voce e quindi prelude
all’urlo, al grido, al boato eclatante e necessario: un suono dalle viscere,
proiettato oltre il corpo. L'origine
del mutismo associa l'arte della danza alla scultura, come se sotto forma
di terapia il movimento si eternasse nel tempo, evolvendosi e
diversificandosi. Tutto quello che accade nel silenzio di una stanza, in un
grande spazio vuoto, solo contrappuntato da oggetti in movimento, determina una
condizione che appare come il momento terminale di un percorso, che può essere
identificato al pari di uno stadio prossimo alla malattia, tra schizofrenia e
paranoia, rallentato ma comunque giocoso.
Ci
muoviamo nella gioia. Presenze devianti e solitarie sull’immaginario fiabesco
con natura morta come contrappunto: sorta di disposizione nello spazio, quasi a
scriverlo e graffiarlo, con intimità. Danzatori soli accompagnati da una natura
morta: brevi monologhi danzati di natura fiabesca e surreale. Inaspettata la
tenerezza, tracce d’amore sul volto. Un lavoro sulla solitudine e la
tristezza.
Graffio,
schiaffo e cicatrice. Brano per cinque Pinocchi neri, fondato sulla figura del
burattino e la sua diversità, tra solitudine, polifonia e storpiature. Danza
frenetica e dinamica. Articolazioni del corpo che si dispongono nello spazio
immerso in stati d'inquietudine e di presenza, alla ricerca di un abbraccio
complice.
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APRILE
(prosa)
Compagnia
Teatro Segreto
Lighea o i silenzi della memoria
da Giuseppe Tomasi di Lampedusa
drammaturgia e regia di Ruggero Cappuccio
musiche di Paolo Vivaldi
scene e costumi di Carlo Poggioli
progetto luci di Michele Vittoriano
con Roberto Herlitzka, Claudio Di Palma
coro Nadia Baldi, Francesca Gamba, Paola Greco, Katia Pietrobelli, Silvia
Santagata
produzione Associazione Culturale Teatro Segreto
Garibaldino,via Madonna delle Grazie
n.27 - 81055 Santa Maria Capua Vetere CE Tel. 0823/840420