
LE
CONSEGUENZE DELL’AMORE
con
Toni
Servillo
Olivia
Magnani, Adriano Giannini
Angela
Goodwin, Raffaele Pisu
un film di
PAOLO
SORRENTINO
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“Le
conseguenze dell’amore”
Ero a San
Paolo del Brasile. In un albergo a cinque stelle. In un bar affogato da
una boiserie che non avrebbe sfigurato in Tirolo e invece eravamo in
Brasile. Fuori, quaranta gradi. Passavo spesso per il bar e ci trovavo
sempre, sistematicamente, un uomo sui cinquanta, tutto barba, birra e
pancia. Elegante ed europeo. Un uomo d’affari. Fuori c’era il Brasile,
ma lui non se ne era accorto. Affrontava inebetito la birra e la
televisione in attesa di chissà quale appuntamento di lavoro. Questo
l’ho visto io.
È nata
così, da questa osservazione, l’idea di questo lavoro. Da una curiosità
che si faceva ossessiva: cosa fanno tutti questi uomini d’affari in giro
per gli alberghi di mezzo mondo? Cosa pensano in quegli infiniti silenzi
persi dentro bar fintamente caldi, e invece ostili? A queste ed altre
domande ho dato delle mie risposte.
Immaginavo
un personaggio con una vita rubata da qualcun altro. Letteralmente una
vita rubata. Incarnando così un sospetto che alle volte aleggia in tutti
noi: la nostra vita è stata rubata da qualcuno o qualcosa. Non si sa
bene. Ma la nostra vita alle volte ci sembra un’altra da quella che
avevamo pensato di vivere.
Nel
frattempo, divoravo saggi su Cosa Nostra. La mia compagna, di tanto in
tanto, mi rimproverava bonariamente, diceva che era ora che
ricominciassi a leggere dei romanzi. Ma io non riuscivo a smettere.
Scoprivo, durante queste letture, che Cosa Nostra americana è una
bazzecola, una robetta da dilettanti, rispetto a Cosa Nostra siciliana.
In fatti di crimine, la Sicilia ha dominato il mondo. Eppure l’arte
americana ha sfruttato fino al midollo tutto l’immaginario della Mafia
americana, dando a luogo a capolavori. Noi, più spesso, ci siamo messi
lì col dito alzato, a ricordare chi sono i buoni e i cattivi. Ma questo
già lo sapevamo.
E abbiamo
troppo spesso rifiutato di assumere l’unico punto di vista che valeva la
pena di essere assunto, quello dei mafiosi, appunto.
Dunque,
continuavo a dirmi, perché non spostarlo questo punto di vista? Non sarà
facile, ma ci proverò. Mi ci sono avvicinato piano e con cautela. E
allora ecco che il mio uomo d’affari sepolto in albergo non è più
propriamente un uomo d’affari. È diventato un tipo che lavora per Cosa
Nostra. Non un mafioso. Ma un fiancheggiatore. Uno con un piede dentro e
uno fuori. E questo mi ha consentito di farlo vivere su un doppio
binario. Da un lato, in quanto culturalmente estraneo, è terrorizzato
della ferocia dell’associazione più potente e più organizzata del mondo,
dall’altro ne capisce le regole e i meccanismi. Che sono tanti,
complessi e strutturati. Altro che animali! Altro che belve! La Mafia
funziona troppo bene e da troppo tempo per poterla ridurre
sbrigativamente a un fatto di istinti primordiali.
La Mafia è
ordinata. La Svizzera è ordinata. Un albergo è ordinato. Titta Di
Girolamo vive nella gabbia di queste tre coordinate. Non può che essere
un uomo ordinato. È in situazioni come queste che si presenta puntuale
all’appuntamento il re dei disordinati: l’amore. Ma per un individuo
schiacciato dall’ordine bastava anche meno. Bastava la “possibilità”
dell’amore per far saltare completamente la gabbia. E allora ecco questa
ragazzetta. Ordinaria e media. Quel tanto che basta per rompere gli
argini.
Ma gli
amori si vivono e si superano con una transizione dolorosa, mentre la
possibilità di un amore che si rivela impossibile ha altre conseguenze.
Delle conseguenze malinconiche, a patto di possedere una fervida
immaginazione. Ma il nostro Titta Di Girolamo lo dichiara subito: lui
non possiede immaginazione. In questi casi, non c’è spazio per la
malinconia e il ritorno all’ordine di un tempo non è più possibile. E in
assenza della malinconia, che è una via di fuga, le cose si fanno
tragiche. E definitive.
E tragica e
definitiva doveva essere la fine di Titta Di Girolamo.
Sono le
conseguenze dell’amore, quando non c’è altro a disposizione.
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