Estratti dalla rassegna stampa

Il ragù di Eduardo quant’è raffinato dentro casa Servillo

“Sabato, domenica e lunedì” al Mercadante

Napoli – C’è un solo dubbio che può nascere assistendo alla nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo, montato al Mercadante da Teatri Uniti con la coproduzione dello stabile dell’Umbria: questo spettacolo non sarà troppo bello? Alludo all’eleganza sofisticata che inquadra con respiro da classico questa borghesia, al lindore raffinato della scena-cucina avara di arredi sullo sfondo di una monocroma parete magrittiana con finestra, alla naturalezza quasi perfetta con cui s’incontrano nel segno di una personalizzata verità sedici attori appartenenti a tre diverse generazioni di teatro napoletano, incorporando con disinvoltura anche significative presenze di diverse origini linguistiche. Quando Eduardo lo presentò nel 1959 aveva colori più immediati e popolareschi l’emozionale squarcio di vita da lui scritto per Pupella Maggio, che si apre con una memorabile ricetta del ragù alla napoletana e ambienta tra tavola da pranzo e fornelli una incomprensione coniugale destinata a scoppiare come un uragano ne dì di festa; e del resto non si autodefiniscono questi personaggi come «una famiglia da teatro comico napoletano»? Ma è giusto mettere sulla bilancia il peso degli anni, nel recuperare una commedia che, dopo la ripresa tv dell’autore, contava in Italia solo su un’edizione di Patroni Griffi, anche se qualche suo brano era stato inserito da Leo De Berardinis nel creativo collage eduardiano di “Adda passà a nuttata”. A quell’impresa collaborava Toni Servillo e il regista non ignora la necessità di contestualizzare il grande autore. Provvede quindi ora giustamente col suo noto rigore stilistico a datare i costumi dello spettacolo oggettivizzandolo, e allo stesso tempo è attento a ritirare gli stati di una nevrosi collettiva propria della vigilia di un boom economico con un’ansia affaristica di rinnovamento del modo di vivere e delle mode che può permettere proiezioni odierne. E quanto ai sentimenti, non guarda con eccessivo ottimismo lo sballo di questa società di bislacchi cechoviani, coro petulante ed egoista al malessere dei due coniugi in preda a fantasmi di gelosie che difficilmente si esauriranno nella teatrale scenata della domenica: il lunedì delle spiegazioni si chiuderà infatti con un nuovo malinteso quasi a gemellare la quiete dell’inizio settimana col sabato già la tempesta si addensa. La tenerezza dei ricordi è solo una scintillante parentesi tra gli sguardi in tralice per i due protagonisti, entrambi superbi, anche se la ringiovanita, esilissima Anna Bonaiuto, prensile calamita di sensazioni alla più matura prova della sua carriera, ignora gli urli squassanti di Pupella, e se Toni Servillo, a lungo isolato in un silenzio dalla risonante eloquenza, non ripete le controscene di Eduardo. Li circonda con fantasia un magnifico cast guidato dalla bizzarria del bravissimo Gigio Morra, nonno capriccioso, dal fragoroso ritorno di Betti Pedrazzi intellettuale superciliosa del gruppo, e dal magistrale “antipatico” di Francesco Silvestri. Un trionfo. Franco Quadri (la Repubblica - 1 novembre 2002)

 

Servillo, Eduardo e il ragù avvelenato

«Signo', il fatto è che mio fratello ha fatto la guerra. Quando i tedeschi lo presero e lo misero in campo di concentramento e se lo tennero là per due anni, io ero ancora bambina e papà e mammà erano ancora vivi. C'eravamo messi l'anima in pace pensando che lui era morto, invece tornò. Quando racconta quello che ha sofferto vi assicuro che vi fa piangere. È rimasto talmente impressionato e sbandato che non si è potuto applicare più a niente».  Ecco, credo che sia questa la vera battuta-chiave di «Sabato, domenica e lunedì»: e proprio perché, nello stesso tempo, mimetizzata (la pronuncia un personaggio minore, la cameriera Virginia) e sottolineata (compare in posizione fortemente icastica, nella prima scena del primo atto). E voglio dire, insomma, che la commedia in questione mi pare costituisca il logico seguito di «Napoli milionaria!». Del resto - a parte la straordinaria somiglianza stabilita dalla battuta citata tra il fratello di Virginia, Michele, e Gennaro Jovine, appunto il personaggio protagonista di «Napoli milionaria!» - è sufficiente, in proposito, badare all'anno, il '59, in cui «Sabato, domenica e lunedì» fu scritta: si profilavano all'orizzonte il famigerato «boom» economico e un benessere troppo in fretta (e spesso disinvoltamente o addirittura disonestamente) raggiunto.  In breve, il tema dei rapporti ormai avvelenati fra i coniugi Peppino e Rosa Priore - tema sviluppato nel contesto di una famiglia che incarna uno dei classici interni/inferni eduardiani, e per giunta «elevato al cubo» (vi convivono i rappresentanti di tre generazioni: nonni, figli e nipoti) - sembra dichiarare apertamente che la «nottata» non è ancora passata. E quindi, il ragù - autentico filo conduttore del plot - si pone come simbolo e, di più, come metafora: simbolo dell'epoca in cui la famiglia era ancora un valore e metafora di un'usanza rituale che diventa lo «scudo» dietro il quale porsi al riparo dalle tensioni e dall'imprevedibilità della vita: un'usanza rituale che, in sintesi, assume la stessa valenza della forma strenuamente teorizzata e adottata da Enrico IV, il personaggio-principe di quel Pirandello che Eduardo considerò sempre, ed esplicitamente, il suo maestro.  Ebbene, rispetto a tutto questo non poteva far meglio Toni Servillo, regista, autore (con Daniele Spisa) delle scene e protagonista dell'allestimento di «Sabato, domenica e lunedì» presentato al Mercadante da Teatri Uniti e dallo Stabile dell'Umbria. E proprio in riferimento a Pirandello, riassumo i meriti della regia parafrasando il titolo di un saggio decisivo di Roberto Alonge: Servillo porta alla superficie e alla luce l'Eduardo «sotterraneo» che immancabilmente oscillò tra realismo e mistificazione. E così, sempre per riassumere, qui abbiamo da un lato l'odore delle cipolle che si spande in sala e, dall'altro, lo svolgersi dell'azione su una pedana inclinata, con gli arredi che «galleggiano» nel vuoto, quasi l'equivalente dei sentimenti smarriti - e tanto ostentati quanto ineffettuali - dei personaggi in campo.  Di conseguenza, viene completamente cancellato il finale compromissorio e consolatorio (e per l'appunto in perfetto stile pirandelliano) voluto da Eduardo: Peppino Priore dice a Luigi Ianniello «Ragionie', io ieri vi stavo sparando» esattamente come se dicesse «Ragionie', anche oggi io vi vorrei sparare»; e tagliato il dialogo conclusivo (Elena: « Avete fatto pace?» - Rosa: «Sì, sì... abbiamo fatto pace» - Elena: «Meno male, è finito tutto» - Rosa: «No, signo', io credo che è cominciato adesso»), il saluto che Rosa doveva mandare dal balcone a Peppino si trasforma in uno scuotere il capo con aria enigmatica.  Già, il famoso ragù avvelenato era e avvelenato rimane. E determinante, s'intende, risulta il contributo degl'interpreti all'eccellenza dello spettacolo: Toni Servillo è semplicemente da antologia, scavando il suo Peppino nella nevrosi e, insieme, nel rancore, ch'è assai peggio dell'odio; e impegnatissima e lodevolmente lontana dall'oleografia appare Anna Bonaiuto nel ruolo di Rosa, anche se paga qualche pegno alla propria scarsa dimestichezza con questa drammaturgia e col dialetto. Ma bravissimi sono pure gli altri: innanzitutto Gigio Morra (Antonio), Francesco Silvestri (Ianniello), Betti Pedrazzi (Amelia), Alessandra D'Elia (Virginia) e poi, via via, Roberto De Francesco (Rocco), Enrico Ianniello (Federico e il sarto), Monica Nappo (Giulianella), Tony Laudadio (Attilio), Marcello Romolo (Raffaele), Mariella Lo Sardo (Elena), Salvatore Cantalupo (Michele), Ginestra Paladino (Maria Carolina), Antonello Cossia (Roberto) e Antonio Marfella (il dottor Cefercola). Gran successo alla «prima». Enrico Fiore  (Il Mattino – 1 novembre 2002)

 

Servillo porta Eduardo De Filippo nella Napoli dei tempi moderni

Successo per l’efficace rilettura di «Sabato, domenica e lunedì»

Grandi applausi, al Teatro Mercadante di Napoli, per Toni Servillo, che ha realizzato una versione intelligente e di grande spessore di uno dei capolavori di Eduardo, Sabato, domenica e lunedì. Un testo di grande intensità, nel quale la struttura comica tradizionale lascia intravedere una sostanza romanzesca (e quasi tragica) modernissima, con una pietosa riflessione che abbraccia sia le intermittenze del cuore umano sia le discontinuità dell’arte teatrale. Perché Sabato, domenica e lunedì è anche una matura riflessione sullo stato dell’arte e sulla sua possibilità di illuminare la vita come la vita non sa e non può fare. All’inizio dello spettacolo, in una modesta cucina borghese, Anna Bonaiuto (donna Rosa, ruolo che fu di Pupella Maggio) è alle prese con un pezzo di carne per il ragù. Con ago e filo, lo infilza più volte finché non ottiene la forma compatta necessaria per una buona riuscita del piatto. Sono le trafitture che dovranno subire tutti i corpi dei personaggi: dalle iniezioni che il sempliciotto Attilio dovrà ricevere a causa della sua salute malferma ad altre ferite, più dolorose dei lutti (per i quali la natura ci dispone, introducendo in noi un certo senso dell’eroismo): le ferite che noi stessi ci infliggiamo con la nostra vergogna, con la nostra incapacità di dar voce alle mille meschinità che intimamente disapproviamo ma che nondimeno continuano a farci soffrire, incitandosi in noi col passare del tempo fino a guastare anche rapporti consolidati. Così l’esile vicenda di don Peppino, che immagina un’inesistente tresca tra la moglie, donna Rosa, e un vicino di casa, don Luigi Ianniello, reo solo di quella rumorosa gentilezza partenopea a lui insopportabile, diventa un dramma complesso, che ha per protagonisti non solo gli uomini ma anche le cose: carne, pastasciutta, dolci, piatti, sedie, cappelli, abiti, golfini, camicie, gioielli, fiori. Don Peppino e don Luigi sono le due facce di Napoli: quella solare e cantatrice e quella umbratile e scostante. Servillo conduce un’operazione di grande rigore filologico (il suo ingresso è costruito secondo stilemi eduardiani così precisi da darci l’impressione, nonostante la dissomiglianza fisica, di rivedere Eduardo) badando bene – qui l’intelligenza del suo lavoro – di intrappolare il testo nella filologia. Se al tempo di Eduardo questo testo sapeva di farsa popolare, Servillo riesce a trarre dalla sua storia un sapore che va oltre la farsa popolare verso un vero e proprio minimalismo espressivo perfettamente in linea con il romanzo di oggi. Due esempi. Il primo: il passaggio, nel ruolo di donna Rosa (che il testo definisce «bruttina») da Pupella Maggio ad Anna Bonaiuto, che brutta non è affatto. In questo modo la commedia degli equivoci (l’idea che il vicino si sia innamorato della moglie bruttina) si fa più profonda, toccando le ragioni vere dell’irrazionalità, che non stanno nella gelosia ma in un certo male di vivere, in un certo disordine che inquina il nostro sentimento dell’esistenza. La seconda: il personaggio di donna Amelia (Betti Pedrazzi), sorella di don Peppino, a lui in parte simile ma dal passato avventuroso, amante dei romanzi, scrittrice ella stessa, acquista spessore fino ad adombrare la figura della grande scrittrice napoletana Anna Maria Ortese. Gli attori – prima fra tutti la Bonaiuto – sono tutti bravissimi, sempre sul confine tra maschera e volto, tra verità di sé e recitazione di sé, che sono la grande cifra, allegra ma dolorosa, della più colta ed europea delle nostre metropoli. Un grande omaggio non alla napoletanità, ma a Napoli: quella di adesso, quella vera. Luca Doninelli (Avvenire - 2 novembre 2002)

 

 

L’Italia del boom nel rito del ragù

Toni Servillo porta in scena «Sabato, domenica e lunedì», una lettura che restituisce alla commedia di Eduardo vita nuova. Anche grazie al meccanismo straordinario degli interpreti, tra gli altri lo stesso Servillo, Anna Bonaiuto

 

Torna Eduardo De Filippo nella sua città, con una delle sue commedie più note ma meno rappresentate, Sabato, domenica e lunedì. Lo porta al Mercadante (la sala che si avvia a diventare il centro del teatro pubblico a Napoli) Teatri Uniti, con la regia di Toni Servillo che ne è protagonista assieme ad Anna Bonaiuto. E come per incanto, il teatro di Eduardo trova corpo in una compagnia che sembra fatta apposta per rinnovarlo tenendone saldi i fondamenti: oggi sembra l’uovo di Colombo, ma fino a ieri appariva una scommessa rischiosa. Ora, dopo questo spettacolo bellissimo e sobrio, viene già voglia di veder passare al vaglio di queste facce, di questi corpi di oggi, quelle parole e quelle battute che in tanta parte sono entrate da tempo nel lessico quotidiano di tutto il paese. Eduardo scrisse la commedia nel 1959, a Roma, dove debuttò nell’autunno di quello stesso anno, al Quirino, con Pupella Maggio a fianco a lui sulla scena. Ebbe grande successo quel Sabato, domenica e lunedì, tanto che Laurence Olivier volle portarla all’Old Vic, con sua moglie Joan Plowright e la regia di Zeffirelli. Meno fortuna ebbe in Italia, dove perfino la versione televisiva, all’interno di un celeberrimo ciclo eduardiano, è andata smarrita o distrutta. Oggi il suo testo ci appare «profetico», e dà di quel momento italiano una fotografia tanto nitida quanto amara. E’ la vigilia del boom economico, il «nuovo», positivo e negativo, incalza davvero, e l’occhio disilluso di Eduardo zoomma questa volta non sui vicoli dei Quartieri o dei rioni ai confini del lecito, ma nelle case agiate dei piccoli borghesi. Commercianti come Peppino Priore, che hanno benessere e negozi sul Rettifilo, o sua moglie Rosa che ha il proprio momento di affermazione sociale solo nei pranzi domenicali dove eccelle il suo mitico ragù, la cui preparazione (come altrove per il caffè) è subito all’inizio un brano divenuto leggendario, anche fuori dal teatro.      Ma insieme al ragù, peppia su quel fornello familiare anche la crisi dei suoi molti componenti conviventi, quelli dei loro parenti, quello dei loro parenti e del vicinato. Eduardo aveva già consapevolezza in quel momento di un male sociale che avanzava e avvelenava, in qualche modo, l’euforia per il boom incipiente. Antonioni la chiamava, a più alti livelli borghesi, «incomunicabilità», per l’attore napoletano erano le crepe inevitabili di quel «presepe» familiare che sembrava aver resistito agli assalti del dopoguerra e della ricostruzione. I figli smaniano già per spostare il negozio nei quartieri eleganti, o per il provino che apra le porte della televisione; il padre affianca la seicento alla millecento; il nonno sclerotico, la zia piccola intellettuale (ha già letto il Gattopardo), lo zio bancario che la domenica evade facendo Pulcinella nella compagnia amatoriale, temporeggiano tutti davanti a un grande cambiamento che non sanno ancora (o mai più sapranno, secondo i casi) individuare. Don Peppino, nel mezzo del sacro rito del ragù imbandito per santificare la festa, esplode, anche se la sua scarsa consapevolezza non lo fa andare al di là della vecchissima paura delle corna. Il giocattolo sembra rompersi per un momento, ma la tempesta arriva al massimo al lunedì, in cui il tran tran si ricompone e ricomincia il suo ciclo ineluttabile. Bastano le scuse al vicino invadente e sospettato, e anche la moglie offesa può ricominciare a contare i piatti del servizio buono e gettare l’occhio protettivo al marito che si avvia al lavoro. Neanche il ritardo di questa prima occhiata rende più lieve l’amarezza caustica di Eduardo: ci si può anche commuovere fino alle lacrime mentre si srotola il film della memoria dell’infanzia di ogni spettatore, ma questo non lenisce la sferzata senza appello dell’autore verso quelle istituzioni pericolose. Toni Servillo si era già avvicinato a De Filippo, assieme a Leo De Berardinis. Ma questa volta la sua scelta è totale, come attore e come regista. Interpretando don Peppino Priore, si assume il compito improbo di prendere in scena il posto di Eduardo, senza fermarsi alla pura mimesi. E a quella attorialità mitica fatta anche di minimali movimenti dell’occhio, del naso, del sopracciglio, sostituisce una sua personale carica di dolore stuporoso, una amarezza compassata che si interroga sulle proprie ragioni. E come risulta originale e bravissimo nel suo ruolo, allo stesso modo crea per ogni interprete un personaggio non scontato. A cominciare da Anna Bonaiuto, fantastica e discreta in quella sua «santità» familiare non voluta e anzi subita, tutta data al pubblico con schiva sofferenza interna, che si fa frontale solo quando esplode nel fragore dell’umiliazione. Attorno a loro, dentro l’interno con balcone disegnato con sobrietà dallo stesso Servillo assieme a Daniele Spisa (Ortensia De Francesco firma i costumi evocativi, Pasquale Mari le luci mirabili), c’è il meglio del teatro napoletano, nelle sue diverse generazioni. Gigio Morra torna nel ruolo del nonno, e ottiene un personale successo; Roberto De Francesco è un teddy boy furbetto quanto Monica Nappo una santarella svagata; Francesco Silvestri e Mariella Lo Sardo una coppia di vicini dalla insostenibile gentilezza. Il personaggio della zia permette a Betti Pedrazzi di scoprirci la Maggie Smith che è in lei. Ma tutti (da Ianniello a Laudadio a Cossia agli altri) funzionano come meccanismi a orologeria, in questo piccolo spettacolo miracoloso. E tutti insieme sembrano aprire una vita del tutto nuova, fuori di ogni retorica e di ogni citazione, al vecchio, caro e classico teatro di Eduardo. Gianfranco Capitta (Il Manifesto - 2 novembre 2002)

 

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